Se siamo il 3,5% cambiamo il mondo, e altre cose che restano (29 settembre-3 ottobre 2025)
Un reportage del 2008, un articolo del 1980, una lettera di questa settimana dal Mar Mediterraneo, una conferenza del 2013 e un pensiero effimero che già scomparso ma che merita di restare.
Dal lunedì al venerdì, ogni settimana Slow News osserva il mondo e cerca di spiegarne la complessità andando a scovare articoli, reportage, inchieste, documentari, podcast, libri, manifesti, volantini, ma anche story o post su Instagram che, seppur affogati in un ottundente rumore di fondo, per noi meritano di restare.
Questi sono quelli di questa assurda, lunghissima settimana, da lunedì 29 settembre a venerdì 3 ottobre. La foto del corteo di Milano del 3 ottobre è di Andrea Coccia.
lunedì 29 settembre
Rompere un blocco che dura da quasi 20 anni
Attraverso un comunicato sui propri social network, la Global Sumud Flottilla ha annunciato di essere a circa 4 giorni di viaggio dalla striscia di Gaza (a circa 650km o 370 miglia nautiche) e che entro due giorni le imbarcazioni che la compongono dovrebbero entrare nella zona considerata più a rischio per un intervento militare israeliano, la zona di mare in cui sono state intercettate tutte le ultime imbarcazioni che avevano tentato di rompere il blocco navale e terrestre di Gaza.
Sebbene questa missione sia completamente inedita per vastità della flotta di imbarcazioni che ne fanno parte — più di 40 — i racconto da parte dei giornali di quello che sta accadendo è legato alla sola cronaca dell’ultima ora e dimentica un fattore decisivo: la storia della Flottilla, infatti, non è iniziata ora, né a giugno di quest’anno quando l’arresto dell’equipaggio della Madleen tra cui c’era Greta Thunberg è diventata una breaking news e ha fatto parlare dell’iniziativa tutti i media del mondo.
La storia delle missioni via mare per rompere il blocco navale e terrestre della Striscia di Gaza è molto più vecchia, ha le radici in una iniziativa partita da cinque ex volontari dell’International Solidarity Movement (ISM) di nome Greta Berlin, Renee Bowyer, Paul Larudee, Sharon Lock e Mary Hughes Thompson che hanno iniziato a progettare il primo viaggio nell’estate del 2006, a pchi mesi dall’inizio del blocco navale e terrestre di Gaza imposto da Israele e dall’Egitto.
La prima missione partì da Cipro nell’agosto del 2008, con 44 passeggeri tra cui professori, giornalisti, avvocati, fisici, insegnanti e musicisti di età compresa tra i 22 e gli 83 anni, provenienti da 17 Paesi, che si imbarcarono a bordo di due barche da pesca.
Oggi, per ricordarci che quello a cui stiamo assistendo ha radici profonde, lunghe quasi vent’anni, ti proponiamo un articolo pubblicato dalla giornalista svizzera Silvia Cattori il 6 agosto del 2008, che all’epoca chiuse così il suon articolo: «Gli abitanti di Gaza sono civili; più della metà di loro sono bambini. Tutti hanno diritto a una vita quotidiana dignitosa, come quella che godiamo noi. Non possiamo voltare le spalle a questa triste realtà creata dai politici».
Lo puoi leggere qui. È in francese, se usi Chrome la traduzione istantanea in italiano è molto semplice e abbastanza affidabile. Se hai bisogno di assistenza scrivici!
martedì 30 settembre
C’era una volta il Meazza
Il 29 settembre, dopo una seduta del Consiglio Comunale terminata dopo 12 ore di trattative, discussioni su 239 emendamenti diventati 25 grazie a una “tagliola” proposta dal PD per “velocizzare i lavori”, è stata votata a maggioranza (24 favorevoli e 20 contrari) la decisione di vendere lo stadio Meazza alle società di Inter e Milan, che potranno quindi disporne come vorranno, ovvero abbatterlo e costruirne un altro.
La decisione presa dal Consiglio ha conseguenza politiche, ecologiche e culturali. Politiche, perché la maggioranza di centro sinistra che aveva portato alla seconda elezione di Beppe Sala si è spaccata. Culturali, perché lo stadio Meazza aveva un secolo di storia. Ma soprattutto ecologiche, sia per l’inquinamento che verrà generato dall’abbattimento della struttura, sia per l’impatto ambientale che potrebbe avere la possibile asfaltatura del Parco dei Capitani.
Da questo punto di vista, il capogruppo della Lista Sala, Marco Fumagalli, che ieri si è dimesso dal suo ruolo in aperta opposizione alla decisione del suo ormai ex gruppo, ha detto: «Gli emendamenti che abbiamo approvato quanto possono restituire alla comunità? Credo poco. Nel dibattito non ci si è mai concentrati sul danno ambientale e sulla salute dei cittadini».
Sul tema ambientale e sul futuro dello Stadio di San Siro saranno decisivi i prossimi mesi e le mobilitazioni che continueranno a svolgersi, organizzate da ambientalisti e comitati di residenti. Noi oggi vi consigliamo di leggere qualcosa di un po’ più leggero e decisamente più letterario che giornalistico.
L’ha scritto Gianni Brera il 3 marzo del 1980, giorno in cui, poco prima di un derby Milan – Inter, lo stadio di San Siro fu intitolato a Giuseppe Meazza. Lo puoi leggere qui.
mercoledì 1 ottobre
L’ultima lettera da questa Flottilla
Durante la notte tra il 30 settembre 2025 e il 1° ottobre, le barche della missione umanitaria della Global Sumud Flottilla sono arrivate nella porzione di Mar Mediterraneo considerata “a rischio” per eventuali abbordaggi da parte della marina israeliana. La missione della Flottilla internazionale è arrivata nel momento più delicato, quello in cui o le barche verranno assaltate e le attiviste e gli attivisti arrestati, oppure — anche se nessuno se lo aspetta ed è effettivamente molto poco probabile — quello in cui avvisteranno terra e getteranno l’ancora di fronte alle spiagge di Khan Younis.
Dal punto di vista giornalistico, in un momento del genere si possono fare due cose. La prima è limitarsi a fare la cronaca, raccontare man mano che le cose accadono, minuto per minuto, come stanno facendo i principali giornali, accumulando informazioni che, per la maggior parte delle volte, tra due ore non saranno più interessanti o pertinenti e si perderanno nel rumore di fondo.
L’altra, quella su cui si basa la missione dello slow journalism e che fa parte da dieci anni del nostro DNA, è cercare di riconoscere che cosa, nel mezzo di quell’immenso flusso di contenuti, non è destinato a diventare rumore di fondo, e farlo durare, e dargli spazio.
Parlando della Flottilla, abbiamo scelto una lettera scritta da alle 10 del mattino da David Adler. È uno dei coordinatori della Internazionale Progressista nonché membro dell’equipaggio della Ohwayla, e ha pubblicato la lettera su X.
È un documento importante perché testimonia qualcosa che sui giornali si fa fatica a percepire: che questa storia non è una storia di oggi, che non si limita all’ora e adesso, ma che ha delle radici, e che continuerà.
La puoi leggere da qui. È in inglese, se non riesci a capirla, puoi cliccare sulla scritta Traduci post che trovi in fondo alla lettera.
giovedì 2 ottobre
Se siamo il 3,5% cambiamo il mondo
Nella notte tra l’1 e il 2 ottobre, a largo delle coste di Gaza, la marina militare israeliana ha attaccato una dopo l’altra le barche della Global Sumud Flottilla arrestando gli equipaggi che nel frattempo non hanno opposto resistenza ma si sono limitati a ricordare che l’atto illegale non era la loro presenza e la loro missione umanitaria, ma il blocco navale israeliano e l’abbordaggio a delle navi in acque internazionali.
Su quelle barche, 43 in tutto, c’erano sono circa 500 persone, e anche se non sono riuscite a sbarcare effettivamente sulle spiagge di Khan Yunis, hanno raggiunto un obiettivo probabilmente ancora più grande e lo hanno raggiunto applicando il metodo della nonviolenza*: hanno fatto accendere i riflettori dei media e portato l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale su una contraddizione enorme che riguarda l’occupazione illegale dei territori palestinesi in atto da Israele da decenni, compreso il blocco navale, attivo da 18 anni, che malgrado quello che dice Meloni o alcuni giornali, è un reato contro il diritto internazionale.
L’effetto dell’arresto degli equipaggi della Global Sumud Flottilla è stato dirompente. Mentre i marines israeliani armati fino ai denti attaccavano le barche, in tutta Italia e non solo, migliaia di persone sono scese in strada per manifestare spontaneamente. È impossibile sapere cosa succederà e come si evolverà la lotta. Ma si sicuro la crepa che avevamo intravisto settimana scorsa si sta allargando.
La cosa che resta di giovedì 2 ottobre è una conferenza del 2013 tenuta a Boulder, in Colorado, dalla professoressa Erica Chenoweth, basata sulle sue ricerche sulla storia dei movimenti non violenti tra il 1900 e il 2006, che espone la cosiddetta «regola del 3,5%», ovvero l’idea che nessun governo possa resistere a una sfida del 3,5% della sua popolazione senza accogliere le richieste del movimento o respingerlo con la violenza. La puoi guardare qui in inglese coi sottotitoli (anche in italiano).
venerdì 3 ottobre
Ci vediamo in piazza
La cosa che vogliamo che resti di questo venerdì 3 ottobre 2025, è un testo effimero che è già sparito.
L’ha scritto il cantante torinese Andrea Lazslo De Simone e l’ha pubblicato su Instagram sotto forma di story, che quindi non possiamo linkare direttamente. Il suo profilo lo puoi raggiungere da qui.
Quel post è sparito. Per questo motivo ci permettiamo di copiare qui un pezzo del suo discorso, che nelle sue stories si articola in tre parti.
Scrive Andrea Laszlo De Simone:
«Una buona parte dell’umanità sta maturando un individualismo e un senso dell’opportunità che mail si accordano con l’idea di società.
E questo è preoccupante.
In molti iniziano a confondere in modo grave la giustizia con la convenienza, la felicità con il successo, la bellezza con la vendibili, la qualità con la quantità, l’affetto con i numeri.
Non credo che sia un caso che una certa sinistra sia scomparsa da quando teniamo tutti nel palmo della mano uno smartphone, mentre le destre e i nazionalismi sono fioriti ovunque come non mai.
È lo strumento ideale per la comunicazione emotiva, per parlare alla pancia delle persone, ma non è altrettanto adatto a veicolare messaggi complessi.
Questa volta, però, è successo qualcosa di diverso.
Ecco cos’altro sta facendo di grande la Global Sumud Flottilla. Ha ispirato le persone a trasporre il sostegno virtuale nel mondo reale.
E nel mondo reale le persone, insieme, possono e potranno sempre cambiare le cose.
Ci vediamo in piazza».
Se ci siamo permessi di riscriverlo qui è perché questo spazio è dedicato alle Cose che restano, e crediamo che il lavoro giornalistico di una realtà come Slow News sia esattamente questo.
Malgrado la natura effimera dello strumento usato, il testo di Andrea Laszlo De Simone contiene un messaggio che siamo in tante e tanti a condividere. Per questo merita di restare: perché nel mezzo dell’immenso flusso di contenuti che ci inonda, questo fa parte di quelli che non devono affogare nel rumore di fondo.
Facciamolo durare, facciamogli spazio. E vediamoci in manifestazione.
Se non hai mai ascoltato Andrea Laszlo De Simone, ti consigliamo di cominciare dalla suite Immensità. La puoi ascoltare da qui.




